AWOS TALKS | CARLO PELANDA

Tra guerra economica e Nova Pax internazionale: sviluppi e scenari dello scacchiere geopolitico mondiale

Parte 2

L’interesse di USA e Cina a mantenere divise le due coree. Il disallineamento tra USA ed Europa sull’Iran (e gli interessi della Germania). Il rapporto tra sanzioni extra territoriali statunitensi, centralità del dollaro e sistema finanziario. Le debolezze dell’euro e il rischio di spaccatura dell’Europa.

Pubblichiamo la seconda parte della video intervista a Carlo Pelanda, Professore di Economia e di Geopolitica economica all’Università G. Marconi di Roma, membro del board dell’Oxford Institute for Economic Policy, tra i massimi esperti di studi strategici e geopolitici, realizzata per la rubrica AWOS Talks da Paolo Quercia, Direttore del Comitato Scientifico di AWOS e docente di Studi Strategici all’Università di Perugia.

Per vedere la seconda parte dell’intervista sul canale youtube di AWOS

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Di seguito riportiamo alcuni passaggi della seconda parte dell’intervista.

Paolo Quercia: Mano a mano che si stringeva la pressione economica americana sulla Cina abbiamo visto da parte degli USA un tentativo non andato in porto di trovare un accordo con la Corea del Nord. C’è un motivo per cui il Paese più sanzionato del mondo non accetta le lusinghe della maggiore superpotenza economica, che non siano soltanto le ragioni mosse dalla Cina?

Carlo Pelanda: “Trump ha interrotto una traiettoria di pacificazione con la Corea del Nord semplicemente perché era uno strumento della Cina…Però sotto c’è un’altra questione…capire se è utile o meno la riunificazione della Corea. Penso sia prevalso il fatto che è meglio che resti un po’ di guerra tra le due coree, per motivare la presenza nel Mar Cinese di un forte presenza statunitense. Anche la Cina vuole che le due coree restino divise…per tenere sotto il proprio controllo la Corea del Nord…”

Poalo Quercia: Sull’Iran si è creata forse la più grande differenza tra gli USA, usciti dall’accordo nucleare del JCPOA, e l’Europa, rimasti invece dentro l’accordo. Sull’Iran che scenari vede?

Carlo Pelanda: “L’intensità della divergenza euro-americana sull’Iran è un caso unico. L’Iran è il terminale della strategia principale per la Germania da più di un secolo…Per la Germania è un interesse vitale avere buoni rapporti con l’Iran, a parte che poi gestisce buona parte della finanza iraniana in maniera riservata…, può pensare di poter vivere solo se diventa l’elemento centrale dell’asse che connette il Baltico con l’India e con l’Oceano Pacifico, e l’Iran è chiave su questo…Sull’Iran c’è una diversità tra alleati, che ha fatto molto irritare Trump, ed è uno dei motivi per cui Trump vorrebbe rompere l’Eurozona, l’Unione europea per togliere alla Germania il Reich”.

Paolo Quercia: Il tema dell’Iran è però divisivo anche in America. Trump ha dato un’accelerazione totalmente diversa rispetto a dove aveva lasciato Obama il rapporto. Un eventuale cambio di presidenza americana potrebbe mettere in piedi un nuovo accordo USA-Iran?

Carlo Pelanda: “Non è un caso che l’intelligence statunitense abbia fatto filtrare un po’ di tempo fa il trattato segreto militare di alleanza tra Iran e Cina…L’America non può permettersi di perdere il controllo del mondo mediorientale, anche perché Israele non glielo permetterebbe. E quindi al momento è meglio che l’Iran resti il nemico: gli iraniani lo sanno, la Cina lo sa, quindi la Cina ha colto l’opportunità di includere l’Iran nella sua sfera di influenza, con il fastidio della Russia. Questo però sostiene il congelamento di un conflitto, c’è un conflitto ma resta congelato”.

Paolo Quercia: Buona parte del gioco delle sanzioni, soprattutto quando c’è una divergenza politica tra Europa e America, si basa sulla capacità degli Usa di applicare le sanzioni anche extra territorialmente, chiamate sanzioni secondarie. Gli Usa possono fare questo in quanto c’è una supremazia mondiale del dollaro: tutti i sistemi bancari che devono per forza essere connessi al dollaro sono obbligati ad accettare il sistema sanzionatorio americano. Non c’è il rischio che utilizzare il dollaro non come strumento finanziario, ma come strumento “militare”, possa far venir meno la centralità stessa del dollaro?

Carlo Pelanda: “…Se gli USA voglio mandare meno truppe in giro per il mondo a mantenere l’ordine all’interno dell’impero, devo rendere più forte la dipendenza del dollaro…Se analizziamo gli atti del dopoguerra vediamo che molte decisioni sono state prese dal sistema finanziario, non dalla politica, a cui la politica poi si è adattata nell’ambito di un interesse comune appunto a mantenere l’impero. Anche il destino della guerra tra America e Cina dipende se la Cina si arrende e lascia che le banche americane gestiscano il mercato interno cinese. In tal caso avremmo una tregua molto lunga…”

“…Il problema della centralità del dollaro è stato molto affrontato alla Bank of England quando era diretta da uno dei migliori banchieri centrali del mondo, il canadese Carney. E lui ha esplicitamente detto: creiamo una forma di meta-moneta, quindi di un paniere di monete, come forma di criptovaluta, di moneta elettronica che ci permetta di ridurre la dipendenza dal dollaro…Non esiste in questo momento alcuna possibilità che l’America molli sulla centralità del dollaro, perché è la fonte del suo potere. Non semplicemente il piacere di avere qualcuno che arriva davanti al trono e si inchina, qui c’è la ricchezza dell’America…Se l’America perde la centralità nella finanza mondiale, tutto il ritorno degli suoi investimenti secolari viene perduto e quindi questo potrebbe costituire una perdita del 30-40 % della ricchezza nazionale…”

“…Che l’euro possa sostituire il dollaro è ridicolo, perché l’Unione Europea non esiste come entità politica integrata, esiste solo un livello che è quello che si può usare e si dovrà usare nel futuro per migliorare le condizioni dell’Europa: il fatto che Bruxelles ha il potere di fare trattati commerciali vincolanti per tutte le nazioni…Basta poco per spaccare l’Eurozona, basta mandare in crisi l’Italia e salta l’euro. La Bce può salvarlo, ma con molta fatica e con una destabilizzazione che poi porta comunque alla distruzione dell’Eurozona…Anche la Germania diventerebbe un piccolo paese se saltasse l’Europa, per questo ha capito, in ritardo, che deve aiutare l’Italia non con il rigore…”